Note Blues per il 25 Novembre

Qualche nota da ascoltare, da leggere e da vedere… in occasione della Giornata internazionale per l’eliminazione della violenza contro le donne che, a partire dal 1999 quando è stata istituita con risoluzione dell’ONU, si celebra ogni anno il 25 novembre.

Appunti sparsi per comprendere come la violenza perpetrata a danno delle donne sia un sostantivo da declinare necessariamente al plurale; un femminicidio si consuma ogniqualvolta una donna venga privata della propria integrità fisica o spirituale, usurpata del “potere” di cui è titolare in quanto persona umana e cittadina, a causa di azioni, parole o scelte politiche in grado di ferirla… a morte.

La violenza femminicida possiede tanti volti: bisogna imparare a riconoscerli e attribuirvi il corretto significato e i giusti nomi. Si chiama reato quando uccide, stupra, percuote il corpo femminile, o ne offende l’immagine attraverso i mezzi di informazione o i social; assume l’identità di politiche pubbliche che riducono a mere dichiarazioni di intenti i diritti che una donna dovrebbe liberamente ed egualmente esercitare, in quanto donna e in quanto persona, erodendo un pezzo alla volta le condizioni economiche, sociali e di lavoro che garantiscano effettività a quei diritti. La violenza femminicida è anche quella che si manifesta tutte le volte che una donna viene giudicata per le scelte di vita che ha compiuto o non ha compiuto, picchiata attraverso gesti fisici o verbali per aver agito fuori da schemi identitari che narrazioni pubbliche e private patriarcali hanno per secoli imposto alla sua libera espressione. La violenza femminicida riduce la donna ad oggetto da possedere e gelosamente custodire, ad un corpo bello da esibire o brutto da nascondere, ad una bambina da richiamare all’ordine quando non sa stare al proprio posto, ad una bambola di pezza di cui prendersi premurosamente cura o un giocattolo rotto e consumato dal tempo da abbandonare o scagliare contro il muro… ad una vittima colpevole della propria condizione di vittima, ad una sventurata colpevole della propria sventura.


Da ascoltare

Vi suggeriamo l’ascolto sulla piattaforma Spotify di alcuni episodi tratti dal podcast Morgana. Sono io l’uomo ricco, storie di donne che non hanno avuto bisogno di sposare un uomo con i soldi, curato da Michela Murgia e Chiara Tagliaferri, che raccoglie storie di donne «un po’ fate, un po’ streghe» che si sono distinte nei più svariati ambiti dell’agire umano rendendosi identità difficili da collocare all’interno degli schemi della narrazione comune della condizione femminile, e che proprio a causa di questa loro “eccentricità” ed eccellenza sono state vittime e sopravvissute di atti di violenza, compiuti da parte dei singoli uomini che hanno attraversato le loro vite o della società che le ha ospitate in balìa dei paradigmi della mascolinità tossica e dell’educazione patriarcale.

Per la celebrazione della Giornata contro la violenza sulle donne segnaliamo le storie di due sportive: quella di Nadia Comăneci, la più giovane atleta di sempre ad aver vinto un titolo olimpico entrando nella leggenda con il suo 10 perfetto, che diventa protagonista di un racconto in cui le violenze fisiche e psicologiche subite per mano del proprio allenatore che la sottoponeva a estenuanti prove di forza si intrecciano con quelle su di lei perpetrate dal compagno abusatore, trovandosi alla fine spogliata di ogni diritto di proprietà sul suo corpo; e la storia di Tonya Harding, pattinatrice statunitense famosa per il suo triplo axel, che cresce tra lastre di ghiaccio e maltrattamenti, subiti per mano della madre e poi del marito, saltando nella sua vita, proprio come in un triplo axel, da un carnefice all’altro.

E poi, la storia dell’artista Marina Abramovich che fa della violenza sul corpo delle donne una performance artistica sconvolgente e spiazzante: con Rythm 0, atto artistico realizzato all’interno della galleria Studio Morra di Napoli nel 1974 e durato sei ore, Marina svela tutta la crudeltà di cui l’uomo (inteso come essere umano, sebbene i gesti violenti subiti durante la rappresentazione fossero stati compiuti da uomini) è per sua natura capace, soprattutto quando questa ferocia ha l’occasione di manifestarsi sul corpo di una donna. Il corpo dell’artista serba viene spogliato, seviziato, molestato, portato allo stremo delle forze, ad un passo dalla morte, fino a quando la performance viene interrotta e dinanzi alla rottura della finzione artistica quegli uomini, che pochi minuti prima si erano mostrati tanto impavidi nelle vesti di carnefice, vigliacchi strisciano fuori dalla sala senza essere neppure in grado di alzare lo sguardo verso la loro innocente vittima.


Da leggere

In senso ostinato e contrario rispetto ai processi di colpevolizzazione delle vittime di violenza e seconda vittimizzazione – a questo proposito vi consigliamo di recuperare i post pubblicati sul profilo Instagram di Carlotta Vagnoli che svolgono una lucida e attenta analisi della narrazione mediatica del femminicidio e che potete trovare raccolti qui (Femminicidio nelle storie in evidenza, accessibile solo se registrati alla piattaforma) – lavora appunto la scrittrice e attivista Vagnoli, di cui vi consigliamo la lettura dell’ultimo libro, uscito a settembre per Fabbri Editori, dal titolo Maledetta sfortuna. Vedere, riconoscere e rifiutare la violenza di genere.

In Maledetta sfortuna si insiste sul corretto significato che occorre attribuire ai fatti di femminicidio, irriducibili alla conseguenza infausta di un amore sbagliato esploso per l’irascibilità di un uomo che amava troppo. Se ogni tre giorni muore una donna per femminicidio questo certo non può accadere a causa della sfortuna delle donne protagoniste di questi fatti, o essere figlio della cieca casualità: “siamo davanti a un fenomeno maledetto perché radicato, storico, culturale, antropologico, a cui siamo incollati, incastrati, e da cui siamo assoggettati da sempre”, scrive l’autrice, aggiungendo che per questo “’non è solo sfortuna: è maledetta sfortuna”.  Un capitolo centrale è dedicato al ruolo decisivo che le strutture associative e di assistenza sociale e i relativi operatori possono ricoprire nella prevenzione dei processi culturali di colpevolizzazione della vittima e creazione di una narrazione alternativa “priva di stereotipi di genere e di sovrastrutture tossiche”, costruita attraverso “una nuova educazione, basata sul consenso, sulla partecipazione attiva dello Stato e su una responsabilizzazione maggiore dei contenuti culturali.”  

Un articolo interessante da recuperare, a proposito di partecipazione (in)attiva dello Stato, è quello pubblicato da The Vision sul mancato rinnovo del Piano nazionale antiviolenza, scaduto a dicembre 2020 – lo trovate qui: recente la presentazione in Parlamento della proposta di un nuovo piano, ma elementi di criticità non mancano considerato il mancato coinvolgimento nella definizione dei relativi contenuti delle associazioni antiviolenza, come lamentato dall’associazione nazionale Di.Re. – Donne in Rete contro la violenza. Qualche incertezza anche per il famoso “Reddito di libertà” (su cui Di.Re. muove aspre critiche) che ha trovato definizione nelle prescrizioni per renderlo effettivo soltanto l’8 novembre, dopo essere stato introdotto con decreto ormai un anno fa (qui l’articolo): si ridurrà anche questa misura in una mera operazione di pinkwashing?

Infine, sulla tematica sempre più attuale in tempi di social della violenza verbale ecco un bellissimo pezzo scritto da Michela Murgia (che non ha bisogno di presentazioni) per Il Post (leggi l’articolo): qui la scrittrice e giornalista si mette a nudo raccontando la propria storia di sopravvissuta ad una “macchina del fango” zeppa di violenze verbali ed hate speech che additano le fragilità della sua immagine di “donna”.


Da vedere

Per un’immersione totalizzante e violenta nella tematica del femminicidio vi invitiamo a guardare qui il video dello spettacolo Ferite a morte di Serena Dandini, che ha aperto il Festival Eredità delle donne 2021: un racconto corale che si serve della voce di lettrici eccellenti del panorama intellettuale e artistico italiano per far parlare in prima persona le vittime di femminicidio, cui viene così restituita la titolarità esclusiva della propria storia e assegnato un diritto di replica che soltanto la finzione teatrale può consentire di essere esercitato.

A questo link trovate una interessante selezione di film che trattano l’argomento della violenza sulle donne nelle sue molteplici declinazioni: da Giglio infranto del lontano 1919 diretto da D. W. Griffith, storia di una giovane donna vittima di abusi e maltrattamenti familiari, passando per il cult anni ‘90 Thelma e Louise in cui Ridley Scott racconta in modo a tratti toccante il caro prezzo della conquista della libertà, per arrivare all’italiano Io ci sono del 2016 sulla coraggiosa storia dell’avvocata pesarese Lucia Annibali.

Fuori da questo ricco elenco, recuperate la visione del capolavoro cinematografico di Dario Argento, Profondo rosso del 1975 (certo se siete pronti ad affrontare due ore col fiato sospeso e i nervi a fior di pelle!): un thriller-horror da brividi alla cui trama non possiamo accennare perché rischieremmo di svelarvi l’identità del colpevole, sappiate però che il tema della parità femminile è presente sebbene in una veste inaudita.

Un film da segnalare di recente uscita (2020) è anche Promising Young Woman (Una donna promettente) in cui la regista Emerald Fennel (per cui questa pellicola è valsa un Oscar per la migliore sceneggiatura originale) affronta i temi del consenso sessuale e della rape culture, la “cultura dello stupro” risultato di un sistema patriarcale di potere.

Infine, se già non l’aveste fatto, guardate su PrimeVideo la serie televisiva americana Big Little Lies (Piccole grandi bugie), adesso alla seconda stagione, che si serve di un cast al femminile d’eccezione (Meryl Streep, Reese Witherspoon, Nicole Kidman, Shailene Woodley, Zoë Kravitz, Laura Dern) per narrare tutte le forme della violenza di genere e il carattere economicamente trasversale di questo fenomeno sociale, che non fa differenze di censo o di istruzione.

Per questo mese è tutto, trovate ulteriori spunti di approfondimento sul profilo Instagram della Casa delle Donne che vi invitiamo a visitare!


Alice e Annalisa dal Circolo delle calze blu.