Appunti femministi dal Circolo delle calze blu

(Note Blues)

E dai salotti di Mayfair (Londra) in cui nel XVIII secolo la mecenate Elizabeth Montagu promosse gli incontri del Circolo delle Blue Stockings – che doveva il suo nome alle calze di lana blu indossate dai gentlemen inglesi per occasioni di socialità informale, durante le quali la sostanza delle questioni discusse aveva la meglio sulla forma delle stesse – arriva lo spirito di effervescenza culturale che intende animare queste nostre Note Blues, appuntate al margine per voi: essere il principio di un interiore “fastidio” intellettuale, la causa di interrogativi senza risposta sul mondo e sul nostro agire nel mondo. La molla che faccia scattare percorsi di coscientizzazione individuale e discussione collettiva attorno ad alcuni dei principali elementi che contraddistinguono l’agire politico femminista e che trovano ospitalità in queste nostre brevi annotazioni: dagli obiettivi di creazione e consolidamento delle condizioni per la parità sostanziale di genere (di tipo economico, sociale e politico), alla instancabile opera di promozione delle iniziative di prevenzione e contrasto avverso le mutevoli forme della violenza contro le donne, suggello finale quest’ultima di una radicata cultura patriarcale che ancora dura nel presente condizionando silentemente il passo dei diritti delle e per le donne lungo la linea temporale della storia.

Vi invitiamo a cogliere questi spunti, farli vostri, portarli nelle vostre case o sul vagone di un treno in corsa, renderli un buon compagno di viaggio su questa terra per un cammino più consapevole del tanto che ancora resta da fare, per donne e uomini insieme. L’affermazione di una società più giusta, più inclusiva, che nutra reale rispetto per le scelte individuali e che sia in grado di coltivare la diversità non può più prescindere dalla libertà reale delle donne: una libertà che vuole vibrare tra le strade come le note di un pezzo “blues” intonato dalla voce graffiante e malinconica di una cantante emarginata che, sotto i riflettori, ritrova il proprio posto al centro del palco.


L’ultimo articolo

È ora di liberarci tutti e tutte!

Qualche nota da ascoltare, da leggere e da vedere… in occasione della Giornata internazionale contro l’omofobia, la bifobia e la transfobia che si è celebrata il 17 maggio scorso.

«Donna non si nasce, si diventa», celebre e rivoluzionaria tesi sostenuta dalla filosofa francese Simone de Beauvoir, a partire dalla quale, alla fine degli anni Ottanta, la sua collega americana, Judith Butler, svilupperà la tesi della “performatività del genere”, consolidando la riflessione attorno alla distinzione tra i concetti di “sesso” e “genere’’, per introdurvi anche quello di “sessualità”, avviata dal femminismo della seconda ondata.

La tesi di Butler – secondo cui il genere e la sessualità sono “performati” dalle persone, che attraverso i propri “atti” ripetuti nel tempo (parole, gesti, comportamenti, aspetto esteriore) creano identità di genere e sessuali – aveva avuto il merito di introdurre le successive generazioni di femministe all’idea che il genere non fosse scolpito nella pietra, e che il sistema di regole sociali e normative che lo definiscono come qualcosa di “naturale” (e binario) potesse essere invece rovesciato e reso libero e inclusivo di ogni identità non conformata.

Lo smascheramento del carattere artificiale del genere, e quindi della cosiddetta “identificazione coerente” – l’allineamento di sessualità-sesso-genere –, viene accolto da gran parte dei movimenti femministi dell’epoca (oggi definiti trans-inclusivi), che da quel momento consolideranno l’idea che la “donna” costituisce un sistema complesso, irriducibile ai suoi meri attributi fisici o biologici.

Qui sorge l’alleanza con il movimento transfemminista, le cui battaglie sull’immagine e il controllo del corpo, contro la disforia di genere (il malessere per il mancato riconoscimento nel genere assegnato) e per il riconoscimento della duplice discriminazione subita dalle donne transgender, di matrice sia transfobica che misogina, troveranno posto, a partire dagli anni ‘90, nell’agenda femminista.

Lo scardinamento dei presupposti del binarismo di genere su ciò che significa essere uomo o donna e la lotta contro le strutture del potere patriarcale diventano allora obiettivi comuni:

«La lotta delle donne è anche la nostra… c’è un intero sistema che va ribaltato, messo in crisi. Le donne stanno cominciando a cercare sé stesse, ad opporsi a modelli di comportamento imposti dalla società, dalla famiglia e possono farlo solo con un messaggio di rottura, unito a quello del movimento omosessuale… È ora di liberarci tutti e tutte!» (da Gli anni amari di Andrea Adriatico)

Ecco allora qualche suggerimento per questo mese: un invito all’unione, perché crediamo che omosessuali, transessuali e femministe debbano andare sempre a braccetto… «e chi se lo dimentica è perduta!»


Da ascoltare

Da pochi giorni si è concluso a Torino l’Eurovision Song Contest, concorso canoro che ha visto nel 2014 la vittoria della cantante drag austriaca Conchita Wurst con il brano Rise like a Phoenix.

La partecipazione della performer al festival europeo era stata fortemente osteggiata dalle autorità russe e bielorusse, che avevano promosso delle petizioni rivolte alle televisioni nazionali con cui si invitava a rimuovere dalla messa in onda le prestazioni scandalose dell’artista.

A dispetto delle ostilità, dopo la vittoria il brano della Wurst diventava il singolo più scaricato sul sito russo di iTunes; anche in Italia, dove da anni non accadeva che un brano vincitore dell’Eurovision riscuotesse tanto successo, Rise like a Phoenix si affermava nella top ten dei singoli più venduti: il racconto di una vita che rinasce dentro un nuovo corpo e di una identità non standardizzata rivelata aveva incontrato le orecchie di tanti giovani in tutto il mondo!

J. K. Rowling, puntata del podcast Morgana. Sono io l’uomo ricco, curato da Michela Murgia e Chiara Tagliaferri, che, ripercorrendo l’ascesa della scrittrice inglese nel panorama letterario mondiale con la saga di Harry Potter, affronta le posizioni assunte dall’artista rivendicando le teorie del femminismo radicale trans-escludente (TERF), con il prezioso contributo dell’attrice drag Drusilla Foer.

In particolare, come scrive anche il Post in questo articolo, si fa riferimento alle critiche rivolte dalla Rowling a quelle politiche che, promuovendo su più fronti l’inclusione nella categoria di “donna” delle donne trans, danneggiano la posizione politica e sociale delle persone biologicamente donne (“donne” per fattori anatomici e fisici, come le mestruazioni), potendo arrivare a metterne a repentaglio la sicurezza offrendo protezione ai molestatori “con la gonna”.

Si tratta di una retorica pericolosa e disumanizzante, fortemente osteggiata dal femminismo trans-inclusivo maggioritario, che, come riportato anche da il Post, contribuisce ad aumentare il tasso di suicidi e omicidi delle donne trans .


Da leggere

Il 17 maggio 1990 l’Organizzazione Mondiale della Sanità depenna l’omosessualità dalla lista delle malattie mentali e solo nell’ottobre del 2018 si arriva ad eliminare la disforia di genere dalle patologie mentali e del comportamento.

Francesco Lepore, nel suo articolo pubblicato recentemente su Linkiesta, oltre a ricordarci l’origine di questa giornata internazionale, ci apre anche gli occhi sui pochissimi passi in avanti fatti negli anni.

I numeri parlano chiaro: una ricerca condotta dal Transrespect versus Transphobia di Trangender Europe (Tgeu) riporta che tra l’ottobre 2020 e il settembre 2021 sono state uccise 375 transgender nel mondo, e tra il 2008 e il 2021 gli omicidi sono stati 4.042. E sono purtroppo dati sottostimati a cause della mancanza di denunce e del mancato riconoscimento della matrice discriminatoria.

Come ben sappiamo, l’Italia non è all’avanguardia nella condanna all’omotransfobia: ad oggi, resta l’unico tra i Paesi fondatori dell’Unione Europea a non avere ancora adottato una normativa per contrastare l’odio omotransfobico.

 

Il recentissimo libro di Laura Guidi, La storia di Kàmila. Trans queer refugee uscito per Meltemi Editore pochi giorni fa.

Fino all’età di trentasette anni, Kàmila si era identificata con il genere maschile, crescendo nella convinzione di essere omosessuale; poi, raggiunta la consapevolezza di appartenere invece al genere femminile, dovrà migrare dal Medio Oriente in Italia, a Firenze, per cambiare sesso. Quello che la attende è un lungo processo di liberazione e trasformazione sociale e culturale, che per quanto complesso le consentirà di sentirsi pienamente felice.

In questo romanzo, la dimensione intima si confronta con gli aspetti pubblici del transgenderismo e della migrazione forzata, nonché con le molteplici discriminazioni che vite come quella di Kàmila devono subire, all’interno di una società eteronormata che fatica ancora a essere inclusiva nei confronti della transessualità.

Degna di nota è la capacità della scrittrice di assumere il “queer” non solo come oggetto di studio ma anche come approccio teorico al genere e alla sessualità, in grado di rivelarne la vera consistenza: costruzioni sociali anziché certezze biologiche correlate.


Da vedere

The Danish Girl (disponibile in questo momento in noleggio su Prime Video), film uscito nel 2015 per la regia di Tom Hooper, nominato a plurime candidature per i più importanti premi cinematografici internazionali (vince l’Oscar per la migliore interpretazione femminile non protagonista), adatta per il grande schermo il romanzo omonimo che racconta la storia del pittore paesaggista danese Einar Wegener, poi Lili Elbe, che nel 1931 si sottopose alla prima operazione chirurgica per il cambiamento di sesso, opponendosi alle tesi della medicina del tempo che lo volevano internato o dichiarato schizofrenico, per la sua “mania” di indossare abiti femminili.

Si tratta di un film che con tocco soffice e lieve narra il tormento del suo protagonista con un garbo inusuale, se non dissonante, per il tema trattato, centrando però il suo obiettivo. Il risultato finale è quello di un film di testa su una storia di mutamenti della carne, che racconta un corpo che si trasforma attraverso l’incorporeità, uno spirito intrappolato all’interno di una gabbia fisica che non riconosce come propria, dando voce al primo e scegliendo di trascurare la seconda.

Gli anni amari (disponibile su RaiPlay), biopic diretto da Andrea Adriatico nel 2020 che tratteggia in modo intelligente e filologicamente curato il ritratto di Mario Mieli, attivista, intellettuale, scrittore, drag performer, provocatore ma soprattutto rivoluzionario dimenticato, tra i fondatori del movimento omosessuale-transgender italiano nei primi anni ’70.

Secondo Mieli, l’opposizione “sesso-genere-sessualità” si sarebbe risolta non tanto attraverso lo scioglimento del binomio “eterosessuale–omosessuale”, bensì con la presa di coscienza del carattere inconsistente e ideologicamente viziato della prospettiva della “mono-sessualità”, anticipando le successive teorie queer.

A questa prospettiva unilaterale, incapace di cogliere la natura ambivalente e dinamica della dimensione sessuale, Mieli oppose un principio di eros libero, molteplice e polimorfo, denunciando quanto tragicamente ridicola fosse «la stragrande maggioranza delle persone, nelle loro divise mostruose da “maschio” o da “donna”. Se il travestito appare ridicolo a chi lo incontra, tristemente ridicolissima è per il travestito la nudità di chi gli rida in faccia».

 

Per questo mese è tutto!

Alice e Annalisa dal Circolo delle calze blu.


Altre Note Blues