Le volontarie più spesso impegnate allo sportello Alzati Eva hanno deciso di incontrarsi ogni 15 giorni per condividere atteggiamenti e comportamenti, per consolidare e condividere le procedure.
Importante nell’ipotesi di un lavoro di squadra, perché lavorando in team, non dovrebbero esserci eccessive difformità tra volontarie, counselors e legali, al fine di non disorientare la donna.

Una scelta di autoformazione che si evolve in un apprendimento autodiretto, che vede i soggetti – nel nostro caso donne adulte – in una posizione attiva rispetto conoscenze ed esperienze vissute.
Lo scopo è sviluppare:

  • la conoscenza di sé e l’autostima
  • la riflessione critica
  • l’accettazione dell’agire nell’incertezza, conseguenza della complessità delle situazioni incontrate
  • la misura che la condivisione arriva attraverso l’interazione

Di conseguenza, per rendere produttivi gli incontri e dinamica la discussione, si è voluto partire dall’analisi delle situazioni affrontate, anche per un confronto tra volontarie più esperte ed altre agli inizi del percorso di volontariato.
Situazioni sempre più complesse per gli effetti negativi del lockdown che non accennano a svanire.
Le donne arrivano, in genere perché consigliate, cercando non tanto un rapporto di fiducia reciproca, ma una risposta immediata. Di per sé impossibile perché nel dipanare la matassa ingarbugliata delle vicende narrate, persone coinvolte, fragilità nascoste, le risposte hanno cadenze ed interlocutori differenti.

Interni se legali o psico-sociali. Esterni che possono essere familiari di riferimento, i servizi sociali, la scuola e altro ancora.

 

La lettura delle schede personali, la base concreta del lavoro intrapreso, ha reso immediata sin dal primo incontro, una riflessione.
Abbiamo quasi tutti casi aperti.
La signora sembra scomparsa, abbandonato psicologa e avvocata. Anche i servizi sociali.
Che fine ha fatto?
Tutta la pressione iniziale, l’impegno la ricerca di soluzioni praticabili, dunque inutile?
Oppure abbiamo sbagliato e dove?
L’autostima traballa, la frustrazione è evidente.

 

Viene in aiuto la riflessione critica, da un lato il confronto fra le attese delle signore Rosa, Paola, Doriana e…, dall’altro le soluzioni, quelle con un esito praticabile, considerati tutti gli ostacoli oggettivi e gli steccati alzati dalle signore stesse.

La denuncia no, poi cosa diranno i figli?

Se lo denuncio dovrò andare in tribunale? Non posso espormi.  

Andarmene, non ho i soldi?

Andare da mia madre?  I ragazzi hanno la scuola e gli amici qui.

Lui ha promesso che cambierà, anzi sta cambiando…

 

Agire nell’incertezza, ma agire. Siamo un seme che può germogliare, siamo certamente il segno della solidarietà fra donne, opportunità e possibili ritorni.

E ci consola Lee Master, l’epigrafe nel cimitero di Spoon River sulla tomba di Harlam Sewal:

Tu non hai mai compreso, o sconosciuto,
perché ripagassi
la tua devota amicizia e le squisite attenzioni
prima con più rari ringraziamenti,
poi sfuggendo sempre più la tua presenza,
per non essere costretto a ringraziarti,
e infine col silenzio che seguì
alla nostra separazione finale.
Tu avevi curato la mia anima malata. Ma per curarla
avevi visto il mio male, conosciuto il mio segreto,
ecco perché ti fuggivo.
Infatti quando il corpo risorge dal dolore
non si cesserebbe mai di baciare la mano sollecita
che ci ha dato l’assenzio, pur rabbrividendo
al pensiero dell’assenzio,
ma la cura di un’anima è altra cosa,
perché allora vorremmo cancellare dal ricordo
le parole sommesse, gli sguardi indiscreti,
e restare per sempre dimentichi,
non tanto del dolore,
quanto della mano che l’ha sanato.